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L'IMPEDENZA DI USCITA
di Fabio Federici L'impedenza di uscita è uno di quei concetti che si ha l'impressione di conoscere, ma non sempre si ha la padronanza di descrivere in modo compiuto. Nell'esperienza comune ne abbiamo un esempio nelle nostre abitazioni, quando di notte abbiamo le luci accese, e d'improvviso, all'innescarsi del motore del frigorifero, della lavatrice o di altri elettrodomestici dal forte assorbimento, si ha un improvviso abbassamento dell'intensità luminosa dell'illuminazione. Perché? Cos'è che provoca questo abbassamento? La resistenza di uscita della rete elettrica! In questo semplice caso, più è alta la resistenza propria della rete e più è intenso il fenomeno dell'abbassarsi dell'intensità luminosa. Un altro esempio ci è fornito dal funzionamento di una comune pila: cos'è che ne limita l'erogazione di corrente? Cos'è che ci impedisce, in generale, di prelevare ad esempio 10A da una comune pila da 9V per autoradio? L'impedenza interna della pila stessa! Se non ci fosse questa impedenza (nella maggior parte dei casi si può parlare di semplice resistenza) una qualsiasi pila potrebbe erogare una quantità di corrente al di sopra di qualsiasi immaginazione! Cominciamo quindi con il fissare le idee su qualche "concetto di base": i circuiti equivalenti. 1.1 I CIRCUITI EQUIVALENTILa natura più o meno complessa di un qualsiasi circuito può trarre in inganno circa la capacità di investigarne alcune proprietà intrinseche. Esistono tuttavia dei teoremi che permettono alcune fondamentali semplificazioni.Questi teoremi permettono di affermare che un qualsiasi circuito, sotto opportune condizioni, può essere visto dall'esterno come se fosse una sorta di "scatola nera", collegata verso l'esterno almeno con due terminali, attraverso i quali vedremo che tipo di misure possiamo operare per investigarne alcune caratteristiche. Un circuito equivalente è un circuito perfettamente assimilabile, in ogni suo comportamento, al circuito di cui stiamo investigando le caratteristiche. In generale un circuito equivalente non contiene componenti o collegamenti reali ma solo componenti e collegamenti ideali, inseriti in uno schema semplificato, utile all'esame dei circuiti reali stessi. 1.1.1 IL CIRCUITO EQUIVALENTE DI THEVENINCiascun circuito costituito da generatori ed impedenze che abbia due terminali di uscita può essere sostituito da un circuito, ad esso equivalente, costituito da un solo generatore di tensione ideale e da un'impedenza ad esso in serie. In Fig. 1 è mostrato il circuito equivalente "secondo Thevenin":
1.1.2 IL CIRCUITO EQUIVALENTE DI NORTONCiascun circuito costituito da generatori ed impedenze che abbia due terminali di uscita può essere sostituito da un circuito, ad esso equivalente, costituito da un solo generatore di corrente ideale e da un'impedenza ad esso in parallelo. In Fig. 2 è mostrato il circuito equivalente "secondo Norton":
1.2 DEFINIZIONE DELL'IMPEDENZA DI USCITAI due teoremi appena enunciati ci assicurano l'esistenza di un'impedenza di uscita ZOUT , per quanto possa essere complesso il circuito di cui stiamo investigando le caratteristiche.Inoltre, se da un punto di vista teorico i due circuiti di Thevenin e di Norton siano ovviamente equivalenti, e perfettamente scambiabili a seconda delle necessità e delle semplificazioni richieste, in genere, nell'esame dei circuiti, si preferisce l'uso di quello di Thevenin, il quale permette di visualizzare direttamente in serie l'impedenza di uscita; ciò non toglie che più avanti vedremo che esistono dei casi in cui è più semplice definire una serie di relazioni utilizzando quello di Norton. Considerata l'intercambiabilità dei due circuiti, si può dire che, in linea del tutto generale, e svincolati da altre considerazioni operative, l'impedenza di uscita di un circuito è uguale al valore assoluto del rapporto tra la tensione di uscita a vuoto e la corrente di corto circuito:
Quindi non è sufficiente una sola misura per determinare il valore di entrambe le incognite; oltretutto è vero pure che, in presenza di circuiti reali, non è sempre possibile cortocircuitare l'uscita senza correre il rischio di danneggiare qualche componente del circuito stesso. Facendo ancora delle considerazioni generali, e quindi teoriche, possiamo dire che qualsiasi misura possiamo immaginare di operare sui morsetti di uscita di un circuito prevede almeno una resistenza di carico, che chiameremo RL , collegata direttamente tra i morsetti di uscita 1 e 2, come nell'esempio del circuito equivalente di Thevenin di Fig. 3 .
possiamo ridefinire la (1.1) come:
Disegniamo il circuito che vogliamo studiare, sia esso reale o ideale, cerchiamo di ridurlo ad un circuito composto solamente da elementi circuitali ideali, calcoliamo il valore di VOUT = VOUT ( RL ) , cioè della tensione di uscita del circuito, quando questo sia caricato da una resistenza RL , come funzione della stessa resistenza di carico RL , applichiamo la (1.3), e il gioco è fatto! 1.2.1 ESEMPIO DI CALCOLOLa tensione di uscita del circuito vale:
L'applicazione della (1.3) ci permette di determinare direttamente il valore dell'impedenza di uscita:
Come era lecito attendersi, l'impedenza di uscita del circuito rappresentato
in Fig. 4 è uguale al parallelo di R1 ed
R2
.
Nel calcolo dell'impedenza interna di un circuito composto da elementi ideali, possiamo:
1.3 METODO OPERATIVOSeppure siamo stati in grado di determinare una formula ed un procedimento abbastanza comodo per calcolare l'impedenza di uscita teorica di un circuito con elementi ideali, non abbiamo ancora esaminato un procedimento operativo che ci permetta di calcolare l'impedenza di uscita di un circuito reale.Abbiamo detto che per ricavare gli elementi interni di un circuito equivalente servono almeno due misure, in quanto gli elementi (ideali) sono due: il valore della tensione del generatore ideale interno, e il valore dell'impedenza interna. Possiamo allora operare in questo modo:
Con la seconda misura cerchiamo di ricavare indirettamente il valore di ZOUT , partendo dall'equazione (1.2):
Supponiamo che con un oscilloscopio misuriamo una tensione di uscita di un circuito VOUT (che abbiamo detto è assimilabile alla tensione di uscita a vuoto V0) pari a 7V, ad esempio a 1kHz; dopodiché inseriamo in uscita al circuito un resistenza di 2.2kOhm e ripetiamo la misura con l'oscilloscopio. Supponendo che la nuova misura ci fornisca una tensione di uscita VOUT pari a 4V di uscita, inseriamo i dati nella (1.4): ZOUT = 2200 (7 - 4) / 4 = 1650OhmAbbiamo così ricavato il valore dell'impedenza di uscita del nostro circuito a 1kHz. Basta ripetere l'operazione di misura a varie frequenze per disegnare un grafico per punti della impedenza di uscita in funzione della frequenza. Inoltre, cosa si intende quando si dice che la resistenza di carico RL
dovrebbe essere "presumibilmente paragonabile" a quella interna del circuito?
Il valore della potenza caratteristica di RL dovrà necessariamente tenere in conto della potenza da dissipare nella misura di VOUT , in modo da non riscaldarsi troppo, alterando così in maniera significativa il proprio valore, o addirittura rischiando di bruciarsi. 1.4 RESISTENZA ED IMPEDENZAPer concludere, vediamo di capire quando possiamo parlare di semplice resistenza e quando invece dobbiamo parlare di impedenza.La resistenza "pura" è un concetto ideale che deriva direttamente dalla Legge di Ohm, che stabilisce un rapporto proporzionale tra la tensione applicata ai capi di una resistenza (ideale) e la corrente che scorre attraverso di essa: V = R IIl fattore di proporzionalità è rappresentato proprio dal valore della resistenza R , supposto appunto costante e indipendente rispetto ad altre variabili, quali ad esempio il tempo o la frequenza. Possiamo dire allora che si parla di resistenza (costante) quando parliamo di:
Z = R ± j Xil che ci permette di estendere la validità della Legge di Ohm che possiamo riscrivere nella forma: V = Z I = ( R ± j X ) Idove R è la componente reale (e quindi ideale) dell'impedenza, mentre j X è la componente immaginaria che, nel campo complesso, può essere orientata verso l'alto o verso il basso a seconda che prevalga la componente induttiva oppure quella capacitiva; X rappresenta allora la reattanza, che puņ essere induttiva o capacitiva, legata alla frequenza attraverso le:
Per un circuito di tipo audio questo equivale a dire che le impedenze possono essere considerate "semplici" resistenze solo all'interno di un intervallo di frequenze nel quale i valori delle componenti capacitive e/o induttive delle impedenze in gioco siano trascurabili rispetto a quelle puramente resistive.
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